La Comunità Europea ha finanziato il progetto sull’indaco che ho presentato. Che soddisfazione!
Il bando si chiama “Culture moves Europe” e prevede una residenza in ambito artistico (mobility programme) in uno dei Paesi della UE . Nel mio caso, l’ambito non poteva che riguardare un tema legato alla tintura naturale!

Ma perché proporre un progetto sull’indaco? Chi mi conosce sa che nelle collezioni MeDeA, il blu era l’unico colore assente. La ragione non è una antipatia personale, anzi! Il primo motivo è il fatto che in Bolivia non sono mai riuscita a trovare un indaco che fosse davvero naturale e di cui potessi verificare la provenienza. Il secondo motivo era che, pur amando molto il blu in tutte le sue sfumature, la tintura con l’indaco naturale l’ho sempre trovata troppo poco legata alla Natura e con troppa chimica.
Mi spiego meglio: tingendo con le piante della tradizione andina, quando avevamo bisogno di materiale tintorio, con le artigiane andavamo a raccogliere quello che ci serviva verso il lago Titicaca. La raccolta è sempre un momento piacevole di condivisione, è un po’ come una gita fuori porta. Il rapporto con il materiale vegetale è diretto ed evidente: si sceglie, si taglia, si raccoglie, si sentono i profumi. Il rapporto con la pianta che ti dona i propri colori è olfattivo, visivo e materico.
Indaco: un colore diverso dagli altri

Con l’indaco, la storia è diversa: l’indaco è una polvere azzurra, quando non è polverizzato sembra un minerale blu (in passato, si credeva fosse una pietra), non si scioglie in acqua e quindi per tingere occorre usare degli stratagemmi per renderlo solubile. Tali stratagemmi, per i miei gusti, implicavano troppa chimica e il bagno di tintura, non era affatto innocuo per l’ambiente: usando cartina al tornasole, termometro, sostanze chimiche, mi sembrava di non tingere in modo naturale.
Poi sono successe due cose: la prima è che nel 2020 ho presentato un progetto al Comune di Milano, per la creazione di un orto tintorio. Il progetto è stato finanziato e tra le piante coltivate, ce ne sono alcune da cui si estrae l’indaco. Cercando informazioni in rete, ho iniziato a fare le prime estrazioni di indaco dalle piante dell’Orto.

Il risultato era sorprendente e incredibile: dalle foglie verdi era possibile estrarre un “fango” di un blu intenso, bellissimo. Questo è stato sicuramente il primo elemento che ha fatto cambiare il mio rapporto con l’indaco: si era ricostruita la relazione diretta con la pianta, quella che mi mancava usando una polverina blu non meglio identificata. Il secondo fattore che mi ha fatto avvicinare all’indaco è stato che dalla nascita di MeDeA, sono passati ben 25 anni (incredibile, ma vero) e anche nel mondo dell’indaco le cose sono cambiate: il recupero di antiche ricette di diversi Paesi e tradizioni, in cui gli ingredienti usati per tingere sono naturali al 100%.
A quel punto, non avevo più dubbi rispetto a usare l’indaco. Anzi, producendolo in piccole quantità grazie all’Orto Tintorio, non vedevo l’ora di approfondire l’argomento e usare l’indaco prodotto dalle piante che avevo seminato io stessa.
Il bando Culture moves Europe, è stata l’occasione per fare una residenza nei Paesi Baschi con un’esperta di tecniche e tradizioni diverse legate all’indaco. Sto parlando di Marian Martínez González che ha viaggiato varie volte in Giappone proprio per approfondire tutti gli aspetti legati a questo colore. Inoltre, come me, anche lei coltiva le piante ed estrae il pigmento. Una combinazione non facile da trovare. Insomma, era esattamente la persona che stavo cercando.

Abbiamo passato due settimane lavorando sodo e prodotto tante meraviglie. Ho visto per la prima volta dal vivo la Strobilantes cusia (una delle piante che contiene indaco) e abbiamo seminato vari tipi di Persicaria. Marian mi ha regalato semi di diversi tipi di Persicaria e di Indigofera tintoria e Indigofera suffruticosa che pianterò a Milano, arricchendo, così, le specie presenti nell’Orto.
Ho imparato a preparare tre diversi tipi di tini seguendo diverse tradizioni: usando il ferro, l’henné e le foglie secche. Ognuno di questi tini è diverso per caratteristiche e utilizzo.
Quello che ho capito è che chi tinge con l’indaco, instaura un rapporto personale con il proprio tino, un rapporto che ti porta, semplicemente guardandolo, a capire quello di cui ha bisogno. Sembrerà strano, ma è proprio così! Abbiamo tinto stoffe e filati di origine sia animale che vegetale e io ho portato dell’alpaca boliviano per vederlo finalmente tinto di blu!

Sotto l’attenta guida di Marian, ho imparato e provato varie tecniche come lo Shibori, il Katazome e la tecnica di stampa di tradizione indiana.
Sono state giornate veramente intense, di grande scoperta e meraviglia e mi sento molto fortunata di aver conosciuto una persona così esperta e disponibile e di aver imparato così tanto. Ora, devo solo rimboccarmi le maniche e mettermi al lavoro!
